La chiusura di un percorso terapeutico

Quando è il momento di chiudere una terapia
Non esiste una data stabilita in anticipo. In genere ci si avvicina alla conclusione quando gli obiettivi concordati all’inizio sono stati raggiunti, quando i sintomi che avevano portato in studio si sono ridotti in modo stabile e, soprattutto, quando la persona si accorge di saper affrontare da sola situazioni che prima la mettevano in difficoltà. Spesso è il paziente stesso a percepirlo per primo: le sedute si riempiono meno di urgenze e più di racconti di ciò che è riuscito a fare.
Come si chiude un percorso
La chiusura non è un’interruzione improvvisa, ma una fase del lavoro. Se ne parla insieme, si ripercorre il cammino fatto, si riconoscono i cambiamenti e le risorse emerse e si individuano i segnali a cui prestare attenzione in futuro. Spesso le sedute vengono diradate gradualmente – da settimanali a quindicinali, poi mensili – per verificare che i risultati tengano anche con più spazio tra un incontro e l’altro. Resta sempre possibile tornare, anche dopo molto tempo, per qualche seduta di “manutenzione”.
E se voglio interrompere o cambiare terapeuta?
È un tuo diritto, in qualsiasi momento. Se senti che il percorso non ti sta aiutando o che non c’è sintonia, la cosa più utile è parlarne apertamente in seduta: a volte il disagio verso la terapia è proprio un tema su cui lavorare, altre volte è giusto cercare un professionista o un approccio diversi. In entrambi i casi, una chiusura parlata è preferibile a un’interruzione senza spiegazioni. Su cosa aspettarsi all’inizio di un percorso trovi indicazioni in la prima seduta dallo psicologo, e sulla durata in quanto dura una psicoterapia.
Ogni percorso ha un inizio, oltre che una fine: qui trovi come si struttura la psicoterapia a Firenze. Sul significato di questo momento di distacco, vedi anche l’articolo su “Se incontri il Buddha, uccidilo”.