Sai che quella relazione ti fa male. Sai che quel lavoro ti sta consumando. E ogni volta che qualcuno te lo fa notare, ti senti spiegare da te stesso perché in fondo non è così grave.
La dissonanza cognitiva è la tensione che proviamo quando due nostre convinzioni si contraddicono, o quando ciò che facciamo non corrisponde a ciò in cui crediamo. È una sensazione sgradevole, e la mente lavora attivamente per farla sparire.
La teoria di Festinger
Leon Festinger, nel 1957, definì la dissonanza cognitiva come lo stato di disagio che emerge quando coesistono idee, credenze o comportamenti tra loro incoerenti.
Il disagio cresce quanto più il conflitto riguarda aspetti importanti per la persona: è poco fastidioso scoprire un’incoerenza su un tema marginale, molto di più quando tocca i propri valori o l’immagine che si ha di sé.
L’esperimento all’origine
Nel 1959 Festinger e Carlsmith condussero un esperimento diventato classico, ed è istruttivo perché il risultato è il contrario di quello che ci si aspetterebbe.
Ai partecipanti veniva fatto svolgere un compito deliberatamente noioso. Poi si chiedeva loro di dire al partecipante successivo che era stato interessante. Ad alcuni venivano offerti venti dollari, ad altri uno solo.
Chi aveva ricevuto un solo dollaro dichiarava poi di aver trovato il compito più piacevole. Chi ne aveva ricevuti venti no.
La spiegazione: chi era stato pagato bene aveva una giustificazione esterna — ho mentito per i soldi — e nessuna tensione da risolvere. Chi aveva ricevuto un dollaro no, e per non pensare di aver mentito per nulla ha modificato la propria opinione. Non potendo cambiare il comportamento, ha cambiato la convinzione.
Come si risolve la tensione
Ci sono tre strade, e solo una è quella che vorremmo.
Cambiare il comportamento. La più sana e la più faticosa: smettere di fare la cosa che contraddice ciò in cui crediamo.
Cambiare la convinzione. “In fondo non è così dannoso.” Costa poco e funziona subito, ed è per questo che è la più usata.
Aggiungere elementi che riducono il contrasto. “Lavoro troppo, ma sto costruendo qualcosa.” “Mi tratta male, però ha avuto un’infanzia difficile.” La contraddizione resta, ma viene attutita.
C’è una quarta strada, molto frequente: evitare le informazioni che creano dissonanza. Non parlare di quella cosa, cambiare argomento, allontanare chi la nomina.
La volpe e l’uva
La favola di Esopo è la rappresentazione più nota del meccanismo: ciò che non si riesce a ottenere viene svalutato. “Tanto non era buona” non descrive l’uva, descrive il modo in cui la volpe si protegge dalla frustrazione.
Dove la incontriamo
Nelle relazioni che non funzionano. È uno dei motori più potenti nel mantenimento di un legame dannoso. Più tempo, energie e rinunce hai investito, più diventa insostenibile pensare che sia stato inutile — e allora la mente rivaluta la relazione al rialzo. È la ragione per cui, paradossalmente, più si è sofferto più diventa difficile andarsene. Lo vedo spesso nella dipendenza affettiva.
Nelle relazioni manipolatorie. Chi subisce gaslighting vive una dissonanza continua tra ciò che percepisce e ciò che gli viene detto. Risolverla dando ragione a sé significa riconoscere di essere in una relazione dannosa; risolverla dando ragione all’altro è più semplice — ed è esattamente ciò su cui il meccanismo fa leva.
Nelle dipendenze. “Posso smettere quando voglio” è dissonanza cognitiva in forma pura. Vale per le sostanze come per il lavoro: ne parlo a proposito del workaholism.
Nella salute. Sapere che una cosa fa male e continuare a farla produce tensione, che spesso si risolve ridimensionando il rischio invece che il comportamento.
Nelle scelte importanti. Dopo una decisione irreversibile tendiamo a rivalutare l’opzione scelta e a svalutare quella scartata. Non è che avevamo ragione: è che abbiamo bisogno di averla avuta.
Perché questo meccanismo esiste
Non è un difetto. Serve a mantenere un senso di sé coerente, che è una condizione di funzionamento: vivere sentendosi in contraddizione permanente sarebbe insostenibile.
Il problema è che la coerenza può essere ottenuta in due modi — cambiando ciò che si fa, o cambiando ciò che si pensa — e il secondo costa molto meno. Così, sistematicamente, prendiamo la scorciatoia.
Riconoscerla in sé
Qualche segnale pratico.
- Ti trovi a difendere una situazione che, se la raccontasse un amico, giudicheresti subito
- Hai spiegazioni molto elaborate per qualcosa di semplice
- Ti irriti quando qualcuno tocca quell’argomento, più di quanto la situazione giustifichi
- Eviti di parlare di quel tema con chi ti conosce bene
- Usi spesso “sì, però”
- Ti senti sollevato quando qualcuno ti dà ragione, più che convinto
Il fastidio, in particolare, è un indicatore utile: la reazione sproporzionata segnala che qualcuno ha toccato un punto dove la tensione c’è già.
Cosa si può fare
Notare la giustificazione mentre la fai. Non serve smontarla: basta accorgersene. “Sto spiegando di nuovo perché va bene così.”
Il criterio dell’amico. Se un amico ti raccontasse esattamente questa situazione, cosa penseresti? La distanza rende visibile ciò che dall’interno non si vede.
Ignorare ciò che hai già investito. Gli anni spesi non sono un argomento per restare: sono spesi comunque. La sola domanda utile riguarda il futuro, non il passato.
Non evitare chi ti contraddice. La tentazione di allontanare chi nomina il problema è forte, e spesso è il primo passo dell’isolamento.
Tollerare la contraddizione senza risolverla subito. Restare per un po’ nel “questa cosa non mi torna”, senza correre a sistemarla, è scomodo ma è l’unico modo per non chiuderla nel modo più comodo.
Domande frequenti
È un disturbo?
No. È un meccanismo normale e universale, non una patologia.
Si può eliminare?
No, ed è bene così. Si può imparare a riconoscere quando la stiamo risolvendo nel modo più comodo invece che nel modo più onesto.
Che rapporto ha con la negazione?
Sono vicine ma distinte. Nella negazione il dato viene escluso dalla coscienza. Nella dissonanza il dato è presente e viene reinterpretato per renderlo compatibile.
Perché le persone difendono chi le tratta male?
Perché ammettere di essere trattati male implica ammettere di essere rimasti, e questo produce una tensione fortissima. Giustificare l’altro è, sul momento, meno doloroso che riconoscere la propria situazione.
Un percorso a Firenze o online
Se ti riconosci nel meccanismo di giustificare una situazione che una parte di te sa essere dannosa, puoi contattarmi per un primo colloquio conoscitivo. Ricevo in studio a Firenze, in Via Tommaso Campanella 5, zona Campo di Marte – Coverciano, e online.
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Riconoscere le proprie contraddizioni è scomodo ma utile, e in terapia si fa in uno spazio protetto: psicoterapia a Firenze.
