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Coazione a ripetere: perché continuiamo a rifare la stessa cosa

“Mi capitano sempre le stesse persone.” È una delle frasi che sento più spesso, e quasi sempre viene detta con un misto di stupore e rassegnazione, come se si trattasse di sfortuna statistica.

La coazione a ripetere è la tendenza a riprodurre, senza volerlo e spesso senza accorgersene, situazioni e relazioni che ricalcano un’esperienza dolorosa già vissuta.

Da dove viene il concetto

Il termine è di Freud, che lo introduce nel 1920 in Al di là del principio di piacere. Lo colpì un’osservazione che non tornava: perché alcune persone ripetono attivamente esperienze che le fanno soffrire, se in teoria cerchiamo il piacere ed evitiamo il dolore?

Da allora il concetto è stato ripreso ben oltre la psicoanalisi. La teoria dell’attaccamento e gli approcci cognitivi lo descrivono con altri termini — schemi, modelli operativi interni, copioni — ma l’osservazione clinica di base è la stessa.

Come si manifesta

  • Scegliere ripetutamente partner con lo stesso funzionamento, pur avendo storie diverse
  • Ritrovarsi nella stessa dinamica in ogni ambiente di lavoro, cambiando azienda
  • Riprodurre nella propria famiglia proprio ciò che si era promesso di non ripetere
  • Sabotare le cose quando iniziano ad andare bene
  • Sentirsi attratti da situazioni instabili e annoiati da quelle serene
  • Riconoscere lo schema — anche con lucidità — e ripeterlo comunque

Quest’ultimo punto è quello che più disorienta: capire non basta a fermare. Ci torno più avanti, perché è il nodo pratico.

Perché succede

Non esiste una spiegazione unica, e nessuna di queste è una scelta consapevole.

Il familiare pesa più del piacevole. Ciò che conosciamo è prevedibile, e la prevedibilità è una forma di sicurezza — anche quando ciò che si prevede è spiacevole. Una situazione nota fa meno paura di una ignota, indipendentemente da quanto sia buona.

Il tentativo di riscrivere il finale. Una lettura molto diffusa: si torna nella stessa scena sperando che stavolta vada diversamente. Se riesco a farmi amare da qualcuno che non ama, la ferita originaria si chiude. Il problema è che la persona viene scelta proprio in base alla somiglianza con l’originale, e quindi il finale si ripete.

Le lenti con cui guardiamo. Chi ha imparato che l’affetto è condizionato tende a notare, tra molte persone, quelle che lo confermano. Non è che ci siano solo quelle: sono quelle che si vedono.

Ciò che non è stato elaborato torna in scena. Le esperienze che non hanno trovato parole non restano ferme: si ripresentano sotto forma di comportamento. È uno dei motivi per cui nel lavoro sul trauma uso l’EMDR — finché un ricordo resta immagazzinato con tutta la sua carica, continua a orientare il presente.

Il ruolo che sappiamo interpretare. In una dinamica conosciuta sappiamo come muoverci. In una sana, spesso, no — e l’imbarazzo di non sapere che fare può essere più sgradevole del dolore noto.

Perché capirlo non basta

Questa è la parte che vorrei arrivasse, perché evita molta autoaccusa.

Lo schema non abita nel ragionamento. Abita in una reazione automatica, corporea, che parte prima che il pensiero arrivi: l’attrazione per quella persona, il fastidio per quella situazione, la scelta fatta “d’istinto” e giustificata dopo.

Sapere che una cosa fa male non modifica il riflesso, allo stesso modo in cui sapere che un ascensore è sicuro non toglie la claustrofobia. Ecco perché le persone più lucide sui propri schemi non sono affatto le più libere dai propri schemi.

Il cambiamento passa da un’esperienza diversa ripetuta, non da una comprensione più fine.

Come si interrompe

Descrivere lo schema per iscritto. Non le persone, ma la sequenza: come inizia, cosa provi all’inizio, in che punto cambia, come finisce. Quando è scritta, la struttura ricorrente si vede — e di solito è più rigida di quanto sembrasse.

Individuare il momento della scelta. Ogni ripetizione ha un punto preciso in cui si decide, spesso molto presto e spesso in un dettaglio minimo: un segnale ignorato, una cosa non detta. È lì che si può intervenire, non a metà storia.

Tollerare la stranezza del diverso. Fare la scelta nuova non dà sollievo: dà disagio. Chi si aspetta di sentirsi subito meglio interpreta quel disagio come prova di aver sbagliato, e torna indietro. Sapere in anticipo che ci si sentirà a disagio è metà del lavoro.

Distinguere l’attrazione dall’allarme. Chi ha uno stile ansioso confonde spesso l’attivazione con l’interesse. Una persona che ti rende sereno non produce quella scarica, e per questo può sembrare poco interessante.

Un percorso, quando lo schema resiste. È il caso più comune. In terapia lo schema non viene solo raccontato: si ripresenta dentro la relazione terapeutica, ed è lì che può essere visto mentre accade invece che ricostruito dopo. È la differenza tra parlare di una cosa e attraversarla.

Una precisazione necessaria

Il concetto viene a volte usato male, e va detto chiaramente: chi subisce violenza non la sta cercando. Parlare di coazione a ripetere per spiegare perché una persona è finita in una relazione violenta, o perché fatica a uscirne, sposta la responsabilità dall’autore alla vittima.

Restare in una situazione dannosa dipende da paura, dipendenza economica, isolamento, minacce concrete e dagli effetti psicologici della violenza stessa. La coazione a ripetere descrive tendenze relazionali; non giustifica nessun comportamento di nessuno e non attribuisce colpe a chi le subisce.

Domande frequenti

È una diagnosi?

No. È un concetto descrittivo, non un disturbo, e non compare nei manuali diagnostici.

Riguarda solo le relazioni sentimentali?

No. Si osserva anche nel lavoro, nelle amicizie e nei rapporti familiari. Nelle relazioni di coppia si nota di più perché gli episodi sono ravvicinati e riconoscibili.

Perché mi annoio con le persone equilibrate?

Perché il tuo sistema ha imparato a riconoscere l’importanza dall’intensità. La calma non produce attivazione, e viene letta come assenza di sentimento. È uno dei punti su cui si lavora più spesso.

Quanto ci vuole per interromperlo?

Dipende da quanto è antico e da quanto è pervasivo. Molte persone notano i primi cambiamenti nel giro di alcuni mesi — di solito prima nella capacità di accorgersene durante, poi in quella di scegliere diversamente.

Vuol dire che è colpa dei miei genitori?

No, e questa è una trappola frequente. Ricostruire da dove viene uno schema serve a capirlo, non a stabilire responsabilità. La maggior parte di ciò che trasmettiamo lo trasmettiamo senza saperlo.

Un percorso a Firenze o online

Se riconosci uno schema che si ripete e non riesci a interromperlo da solo, puoi contattarmi per un primo colloquio conoscitivo. Ricevo in studio a Firenze, in Via Tommaso Campanella 5, zona Campo di Marte – Coverciano, e online.

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