Skip to main contentScroll up

Depressione esistenziale: quando a mancare non è la forza, ma il senso

Ci sono persone che arrivano in studio senza saper dire che cosa non va. Il lavoro c’è, le relazioni tengono, non è successo niente di grave. Eppure qualcosa si è spento. La frase che ricorre, quasi sempre uguale, è: “non so più perché faccio quello che faccio”.

Questa forma di sofferenza ha un nome: depressione esistenziale. Non manca l’energia — manca la ragione per spenderla.

Che cos’è, e cosa non è

Va detto subito, per correttezza: la depressione esistenziale non è una diagnosi clinica. Non compare nei manuali diagnostici come categoria a sé. È una descrizione, nata in ambito filosofico e poi entrata nel linguaggio della psicoterapia, di un tipo di sofferenza che ruota attorno alle domande di senso invece che attorno ai sintomi.

Viktor Frankl la chiamava vuoto esistenziale: quella sensazione di vacuità che compare quando i bisogni pratici sono soddisfatti e resta scoperta la domanda sul perché. Irvin Yalom ha descritto quattro nodi con cui prima o poi ogni essere umano deve fare i conti: la morte, la libertà e il peso della scelta, la solitudine di fondo, e l’assenza di un significato dato in partenza.

La depressione esistenziale è ciò che accade quando uno di questi nodi si presenta e non si trova il modo di reggerlo.

Come si manifesta

  • Un senso di vuoto che convive con una vita apparentemente piena
  • La domanda “a che scopo?” che si insinua in attività che prima si facevano senza pensarci
  • Apatia più che tristezza: non si soffre acutamente, ci si sente scollegati
  • La percezione di stare recitando una parte, di funzionare senza esserci davvero
  • Un senso di estraneità rispetto agli altri, anche a chi si ama
  • La consapevolezza acuta e improvvisa della mortalità, che rende tutto il resto sproporzionato

Chi la attraversa spesso si sente in colpa per starci dentro: “non ho motivo di lamentarmi”. Ed è vero che i motivi esterni mancano — il che rende la cosa più difficile da spiegare e più solitaria da portare.

Quando compare

Raramente arriva nei momenti peggiori. Molto più spesso compare dopo.

Dopo aver raggiunto un obiettivo inseguito per anni, e aver scoperto che non cambia nulla. Alla fine di un percorso di studi, quando la struttura che reggeva le giornate viene meno. In una transizione di vita: la metà del cammino, i figli che se ne vanno, la pensione. Dopo una malattia o un lutto, quando l’illusione di controllo si incrina. O semplicemente in un periodo in cui, per la prima volta da tempo, ci si ferma.

È il paradosso che descrive bene il film Soul: la vita di Joe accade mentre lui è occupato a rincorrere il suo scopo.

La distinzione che conta: è un episodio depressivo?

Questa parte è la più importante di tutto l’articolo, perché confondere le due cose ha conseguenze concrete.

Nella depressione clinica il quadro comprende segnali che riguardano il funzionamento biologico: perdita di piacere generalizzata e non selettiva, alterazioni del sonno e dell’appetito, rallentamento, stanchezza che non recupera, difficoltà di concentrazione, senso di colpa sproporzionato. È uno stato che non si scioglie riflettendoci sopra, e che richiede una valutazione clinica.

Nella sofferenza esistenziale la capacità di provare piacere resta accessibile in alcune aree, i ritmi biologici sono in genere conservati, e il pensiero è lucido — fin troppo. La domanda di senso è attiva, non spenta.

Ma le due cose possono coesistere, e spesso lo fanno: una crisi di senso prolungata può sfociare in un episodio depressivo vero e proprio. Per questo la prima cosa da fare non è decidere da soli in quale categoria si sta, ma farsi valutare. Se ti riconosci nei segnali del primo gruppo, l’articolo sui segni della depressione da non ignorare è il punto da cui partire.

E se compaiono pensieri di farti del male o di non voler più esserci, non aspettare: parlane subito con il tuo medico, rivolgiti al pronto soccorso o chiama il 112.

Perché la Gestalt lavora bene su questo terreno

La psicoterapia della Gestalt nasce dentro la tradizione umanistico-esistenziale, e questo la rende particolarmente adatta a una sofferenza che riguarda il senso più che il sintomo.

Perché parte dall’esperienza, non dalle spiegazioni. Alla domanda “perché mi sento così”, il lavoro gestaltico risponde spostandola: che cosa senti, adesso, mentre lo dici? Dove lo senti nel corpo? Non è un modo per eludere la domanda, ma per riportarla dove può essere affrontata. Ne ho scritto nell’articolo sul qui ed ora fenomenologico.

Perché mette la responsabilità al centro. Non nel senso della colpa, ma in quello che intendeva Sartre: non sei responsabile di ciò che sei, ma sei responsabile di ciò che fai di quello che sei. Il senso non si trova già fatto: si costruisce nelle scelte.

Perché non punta a farti tornare come prima. Secondo la teoria paradossale del cambiamento, si cambia quando si smette di combattere contro ciò che si è e si comincia a riconoscerlo. Chi attraversa una crisi di senso di solito arriva chiedendo di tornare a funzionare come prima. Il lavoro va spesso nella direzione opposta: capire che cosa quella crisi stia cercando di dire.

Il vuoto non è sempre un sintomo

Una precisazione che tengo a fare, perché rischia di andare persa.

Non tutta la sofferenza esistenziale va eliminata. Una parte segnala qualcosa di corretto: che una vita costruita su obiettivi non nostri non regge, che qualcosa va rivisto. In quei casi il vuoto non è il guasto — è l’allarme che ce lo indica.

Il lavoro terapeutico non serve a spegnere quell’allarme, ma ad ascoltarlo senza esserne travolti. È diverso, e fa una differenza enorme.

Frequent use

La depressione esistenziale è una malattia?

No, non è una categoria diagnostica. È una forma di sofferenza legata alle domande di senso. Questo non la rende meno reale né meno pesante, e non esclude che possa accompagnarsi a un disturbo depressivo, che invece va valutato clinicamente.

Che differenza c’è con una crisi esistenziale?

Sono la stessa area di esperienza, con intensità diverse. Si parla di crisi quando è legata a un passaggio circoscritto e tende a evolvere; di depressione esistenziale quando lo stato di vuoto si stabilizza e comincia a incidere sulla vita quotidiana.

Passa da sola?

A volte sì, quando la vita porta un cambiamento che rimette in moto qualcosa. Ma se dura da mesi, se il ritiro dagli altri aumenta o se compaiono segnali depressivi veri e propri, aspettare non è una strategia.

Serve la psicoterapia o basta parlarne con qualcuno?

Parlarne aiuta sempre. La psicoterapia serve quando la domanda di senso resta bloccata, quando si gira sempre attorno agli stessi pensieri senza spostarsi, o quando il vuoto ha cominciato a limitare le scelte.

Chi ne soffre di più?

Compare spesso in persone riflessive, esigenti con sé stesse, abituate a interrogarsi. Non è un segno di fragilità: è spesso il rovescio di una capacità di guardare le cose fino in fondo.

Un percorso a Firenze o online

Se ti riconosci in quello che hai letto, puoi contattarmi per un primo colloquio conoscitivo. Ricevo in studio a Firenze, in Via Tommaso Campanella 5, zona Campo di Marte – Coverciano, e online.