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Workaholic: quando il lavoro diventa una dipendenza

C’è una differenza tra lavorare molto e non riuscire a smettere. La prima è una scelta, anche faticosa, anche temporanea. La seconda è un’altra cosa, e ha un nome: workaholism, dipendenza da lavoro.

La parola è nata negli anni Settanta come gioco linguistico su alcoholic, ed è rimasta perché il paragone regge più di quanto sembri.

Non è lavorare tanto

È la confusione da sciogliere per prima, perché il numero di ore non basta a definire nulla.

Ci sono persone che lavorano sessanta ore alla settimana in un periodo intenso, con piacere, e quando il periodo finisce si fermano senza difficoltà. E ci sono persone che ne lavorano quaranta e non riescono a spegnere il telefono nel weekend, controllano le mail in vacanza e si sentono in colpa quando si fermano.

La differenza non è la quantità, è la compulsività: l’incapacità di interrompere, e il malessere che compare quando ci si prova.

I segnali

  • Pensare al lavoro anche quando non si lavora, senza riuscire a spostare l’attenzione
  • Ansia o irritabilità quando si è costretti a fermarsi: weekend, ferie, malattia
  • Portare il lavoro ovunque, anche dove non serve
  • Sottrarre progressivamente tempo a relazioni, sonno, salute
  • Senso di colpa nei momenti di riposo
  • Aumentare il carico nel tempo: quello che bastava prima non basta più
  • Difficoltà a delegare, convinzione che senza di te non funzioni
  • Usare il lavoro per non pensare ad altro

Il segnale più attendibile è il penultimo gruppo: cosa succede quando ti fermi. Se fermarsi produce inquietudine invece di sollievo, non stai riposando — stai sospendendo.

Workaholism e burnout non sono la stessa cosa

Vengono spesso confusi, e la distinzione è utile perché richiedono risposte diverse.

Il burnout è uno stato di esaurimento: le risorse sono finite, subentra il distacco cinico, cala il senso di efficacia. È la conseguenza di un carico eccessivo protratto.

Il workaholism è una modalità di funzionamento: la spinta a lavorare compulsivamente, spesso accompagnata da energia e coinvolgimento, almeno all’inizio.

Il collegamento tra i due è che il primo porta spesso al secondo. Chi non riesce a fermarsi consuma senza reintegrare, e prima o poi il conto arriva. Molti quadri di burnout, guardati a ritroso, cominciano da una dipendenza da lavoro mai riconosciuta — perché socialmente premiata.

Perché è così difficile da riconoscere

Perché è l’unica dipendenza che riceve complimenti.

Nessuno si congratula con chi beve troppo. Chi risponde alle mail a mezzanotte viene invece descritto come affidabile, dedito, un professionista serio. Il rinforzo sociale è continuo, e rende il comportamento invisibile a chi lo agisce.

C’è poi un secondo motivo, più personale: il lavoro funziona. Riempie, dà risultati misurabili, restituisce un senso di valore. È spesso il posto dove ci si sente più competenti — e quindi il posto in cui rifugiarsi quando altrove non ci si sente così.

Cosa c’è sotto

Nella mia esperienza clinica ricorrono alcuni temi.

Il valore legato alla prestazione. “Valgo per quello che produco”. Fermarsi significa perdere la prova del proprio valore, e quindi diventa insostenibile.

L’evitamento. Il lavoro riempie uno spazio in cui altrimenti comparirebbe qualcos’altro: un matrimonio che non funziona, un lutto non attraversato, una domanda sul senso a cui non si vuole rispondere.

Il controllo. Il lavoro è il territorio in cui le regole sono chiare e l’impegno produce risultati. Le relazioni no. Chi teme l’imprevedibilità tende a investire dove il ritorno è più prevedibile.

Le conseguenze

Sul corpo: disturbi del sonno, tensione cronica, problemi gastrointestinali, cardiovascolari nel lungo periodo.

Sulla mente: ansia, difficoltà di concentrazione, irritabilità, sintomi depressivi.

Sulle relazioni: è spesso l’ambito che paga per primo, e in silenzio. Le persone smettono di chiedere prima che tu ti accorga di esserti allontanato.

Sul lavoro stesso: è il paradosso finale. Oltre una certa soglia la qualità cala, gli errori aumentano, la creatività si riduce. Si lavora di più e si produce peggio.

Cosa aiuta

Riconoscere il segnale giusto. Non contare le ore: osserva cosa provi quando ti fermi. È lì che si vede la differenza tra impegno e dipendenza.

Stabilire confini verificabili. Un orario oltre il quale non si risponde, un giorno senza mail. Vaghi propositi di “lavorare meno” non funzionano; una regola concreta sì.

Tollerare il vuoto iniziale. Le prime volte che ci si ferma non arriva il sollievo ma l’inquietudine. È previsto, ed è il momento in cui quasi tutti tornano a lavorare.

Ricostruire qualcosa fuori. Se il lavoro è l’unica fonte di identità e di gratificazione, toglierlo lascia un vuoto insostenibile. Va costruito prima ciò che lo riempirà.

Guardare cosa si sta evitando. È il lavoro terapeutico vero e proprio, ed è quello che rende il cambiamento stabile invece che temporaneo.

Domande frequenti

Quante ore bisogna lavorare per essere workaholic?

Non esiste una soglia. Il criterio è la compulsività e il disagio quando ci si ferma, non il numero di ore.

È una dipendenza riconosciuta?

Non è una diagnosi formale nei principali manuali, ma è ampiamente studiata e presenta le caratteristiche tipiche delle dipendenze comportamentali: tolleranza, astinenza, perdita di controllo, conseguenze negative.

Se amo il mio lavoro sono workaholic?

No, e la differenza è netta. Chi ama il proprio lavoro riesce comunque a staccare e a godersi altro. La dipendenza toglie la possibilità di scegliere.

Come lo dico a una persona cara?

Parlando degli effetti concreti che vedi — assenze, stanchezza, momenti mancati — invece di accusare. Chi è dentro questo funzionamento reagisce male alle etichette e meglio ai fatti.

Basta prendersi una vacanza?

Quasi mai. Le ferie danno sollievo temporaneo e spesso vengono vissute male proprio da chi ne avrebbe più bisogno. Il cambiamento riguarda il funzionamento, non il calendario.

Un percorso a Firenze o online

Se ti riconosci in questo funzionamento, puoi contattarmi per un primo colloquio conoscitivo. Ricevo in studio a Firenze, in Via Tommaso Campanella 5, zona Campo di Marte – Coverciano, e online.

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