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La Preghiera della Gestalt: significato e perché divide ancora

Poche righe di psicoterapia sono diventate famose quanto la cosiddetta Preghiera della Gestalt, scritta da Fritz Perls, il fondatore della psicoterapia della Gestalt. Recitata nei gruppi terapeutici degli anni ’60 e ’70, stampata su poster e magliette, citata (spesso a sproposito) come manifesto dell’individualismo: pochi testi di psicologia hanno avuto una vita così lunga fuori dagli studi clinici, e pochi sono stati altrettanto fraintesi.

Cos’è la Preghiera della Gestalt

La Preghiera della Gestalt è un breve testo scritto da Fritz Perls e pubblicato nel 1969 in Gestalt Therapy Verbatim, la raccolta di trascrizioni dei suoi seminari all’Esalen Institute in California. Perls la propose come una sorta di dichiarazione dei confini tra due persone in relazione: ciascuno esiste per realizzare se stesso, non per soddisfare le aspettative dell’altro, e l’incontro autentico tra due persone è una possibilità bella ma mai garantita o dovuta.

In una delle sue righe più note, spesso citata isolatamente, Perls scrive che se due persone si incontrano davvero è bello, e se questo non accade “non si può farci niente” — una frase che, tolta dal contesto in cui nasce, è al centro di gran parte delle critiche che il testo ha ricevuto nei decenni successivi.

Il significato: separatezza, non egoismo

Nel contesto della teoria della Gestalt, il testo va letto come un invito a un confine sano tra sé e l’altro, non come un elogio del disinteresse per le relazioni. Perls lavorava con persone che spesso avevano costruito la propria identità intera intorno alle aspettative altrui — genitori, partner, figure autorevoli — perdendo il contatto con i propri bisogni reali. In questa cornice, ricordare che “io sono io e tu sei tu” non è un invito all’indifferenza, ma il presupposto perché un incontro tra due persone possa essere autentico invece che un adattamento reciproco forzato.

Perché è diventata così famosa — e così controversa

Il testo divenne un manifesto informale della cultura umanistica e della controcultura degli anni ’60-’70 americani, un periodo storico molto attento ai temi dell’autorealizzazione individuale. Proprio la sua popolarità fuori contesto è diventata il suo problema principale: letta senza la cornice clinica in cui è nata, la frase finale è stata usata per giustificare la fine di relazioni, l’evitamento del conflitto o la mancanza di impegno verso l’altro — esattamente l’opposto di quello che la teoria della Gestalt intende per contatto autentico, cioè la capacità di stare pienamente nella relazione nel qui e ora con l’altra persona.

La critica: confine sano o scusa per non impegnarsi?

La critica più solida mossa al testo, anche da altri terapeuti della Gestalt, è che rischia di essere letto come un permesso a disinvestire dalle relazioni non appena diventano difficili, mentre il lavoro terapeutico spesso richiede l’esatto contrario: restare in contatto con l’altro anche quando l’incontro non è immediato o facile. C’è una differenza sostanziale tra il riconoscere un confine sano — io non esisto per compiacerti, tu non esisti per compiacermi — e usare quello stesso principio per evitare la fatica di un legame vero. Questo confine è lo stesso che, sul versante opposto, viene messo in discussione da chi fatica a stare da solo con se stesso: ne parlo nell’articolo su dipendenza e controdipendenza affettiva, dove l’oscillazione tra fusione e distacco è spesso il vero nodo da sciogliere.

Cosa c’entra con la terapia della Gestalt oggi

Il principio di fondo — che il cambiamento autentico nasce dall’essere pienamente ciò che si è, non dallo sforzarsi di essere altro — è lo stesso che anima uno dei concetti più centrali della Gestalt contemporanea, la teoria paradossale del cambiamento formulata da Arnold Beisser: ci si trasforma davvero solo accettando pienamente chi si è in questo momento, non combattendolo. Letta insieme a questo principio, la Preghiera della Gestalt perde parte della sua fama di manifesto individualista e torna a essere quello che era in origine: un promemoria sul valore di presentarsi in una relazione come si è davvero, invece che come una versione adattata per essere accettati.

Quando “ognuno per sé” diventa un problema

Vale la pena chiedersi un confronto professionale quando il principio della separatezza viene usato sistematicamente per evitare l’intimità o il conflitto — uscendo da una relazione o da un confronto difficile non perché non ci sia più nulla da costruire, ma perché restare fa paura. In questi casi la difficoltà non è avere dei confini, ma non riuscire a distinguere un confine sano da una fuga.

Come si lavora in un percorso di psicoterapia della Gestalt

Nel mio lavoro utilizzo un approccio integrato a orientamento Gestalt, che parte proprio dal recupero del contatto autentico con i propri bisogni e con l’altro nel qui e ora della seduta — senza confondere l’autonomia sana con l’evitamento relazionale — insieme, quando utile, a strumenti cognitivo-comportamentali per lavorare sui pensieri automatici che spingono a scegliere la fuga invece del confronto.

Domande frequenti

Chi ha scritto la Preghiera della Gestalt?
Fritz Perls, fondatore della psicoterapia della Gestalt insieme a Laura Perls e Paul Goodman, l’ha pubblicata nel 1969 in Gestalt Therapy Verbatim.

La Preghiera della Gestalt promuove l’egoismo?
Non nell’intenzione originale: nasce come richiamo a un confine sano tra sé e l’altro, non come giustificazione al disinteresse per le relazioni. È stata però spesso letta e usata in questo modo, tolta dal suo contesto clinico.

Perché viene ancora citata in terapia della Gestalt?
Perché il suo nucleo — l’invito a esistere pienamente come si è, invece che come una versione adattata alle aspettative altrui — resta centrale nella teoria e nella pratica di questo approccio.

È vero che “se non ci si incontra non si può farci niente”?
È la frase più controversa del testo. Nella pratica clinica non significa “rinunciare al primo ostacolo”, ma riconoscere che un incontro autentico non può essere forzato né preteso dall’altro — restando comunque il lavoro terapeutico orientato a restare in contatto anche nelle difficoltà.

Mi occupo anche di questo, a Firenze

Sono la Dott.ssa Martina Fino, psicologa e psicoterapeuta a Firenze iscritta all’Albo degli Psicologi della Toscana, specializzata in psicoterapia a orientamento Gestalt. Nel mio lavoro capita spesso di aiutare le persone a distinguere un confine sano da una fuga relazionale, recuperando un contatto più autentico sia con se stessi sia con chi hanno accanto. Ricevo nel mio studio di Firenze, zona Campo di Marte-Coverciano, e offro anche sedute online per chi vive fuori città o in altre zone della Toscana.

Per fissare un primo colloquio conoscitivo, anche solo telefonico e senza impegno: 392 693 1473 (anche WhatsApp) — fino.martina@gmail.com

In sintesi

  • La Preghiera della Gestalt fu scritta da Fritz Perls e pubblicata nel 1969 in Gestalt Therapy Verbatim.
  • Descrive un confine sano tra sé e l’altro, non un invito al disinteresse per le relazioni.
  • È stata spesso fraintesa e usata per giustificare l’evitamento relazionale, soprattutto fuori dal suo contesto clinico originale.
  • Il suo nucleo — esistere pienamente come si è, invece che come una versione adattata alle aspettative altrui — resta centrale nella Gestalt contemporanea.

Questo articolo ha uno scopo informativo e non sostituisce una valutazione o una consulenza psicologica personalizzata.

Fonti

  • Perls, F. (1969), Gestalt Therapy Verbatim, Real People Press.
  • Yontef, G. (1993), Awareness, Dialogue and Process: Essays on Gestalt Therapy, Gestalt Journal Press.